CAMPIONI

Andavo per i fatti miei,per la strada,quando vedo poco distante scendere da un’auto una donna e un uomo entrambi di una certa età,lui aveva i capelli bianchi e dai modi bruschi lo si intuiva uno scorbutico; aveva un cane di taglia media, tenuto al guinzaglio. L’animale era irrequieto,abbaiava insistentemente e l’uomo lo scudisciava ripetutamente con la maniglia capocorda; e più il cane abbaiava, più lo puniva,e più l’uomo puniva il cane,più il cane abbaiava forte. Ora, a parte l’istinto di intervenire – represso solo dal senso di non immischiarsi – ,la povera bestia aveva una così disperata agitazione per una motivazione evidente: il cane aveva nel suo padrone (“padrone”, accrescitivo di “padre” n.d.r.) una “bestia aggettivale”, il quale anziché ricercare e capire cosa poteva “dire”  il quattrozampe col suo disagio abbaiato,lo violentava con un apporto di rabbiosità ottusa e scatenata.

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